Prima di parlare della mia personale esperienza riguardo il cammino di Santiago, vorrei fare una premessa per comprenderne meglio il contesto.
Da giovane ho praticato sport (pallavolo) a livello agonistico e ciò rappresentava tutta la mia vita. Ero lontano da Dio e mi sentivo forte, con un delirio quasi di onnipotenza. Quando sono stato costretto ad abbandonare la pallavolo per seri problemi al tendine di Achille, mi è crollato il mondo addosso. Dopo ripetuti tentativi di riprendere a giocare, sono stato costretto a smettere completamente. Pian piano, per vie che tuttora non riesco completamente a spiegare, mi sono avvicinato a Dio e ho compreso la mia debolezza nei Suoi confronti.
Un giorno, parlando per caso con mio cugino del cammino di Santiago, della possibilità di percorrere più di cento chilometri a piedi per andare a pregare sulla tomba dell’apostolo Giacomo, molti pensieri si affollarono nella mia mente. Potevo io, con il problema serio al tendine d’Achille, sforzarlo così tanto e per diversi giorni consecutivi? Ero veramente degno di fare un percorso fisico-spirituale così importante effettuato da così tanti pellegrini per secoli? Messi da parte tali interrogativi, mi sono messo nelle mani di Dio e pronto a sopportare qualsiasi sacrificio non ho esitato a partire con mio cugino.
Certamente, il cammino di Santiago è un cammino fisico, ma deve fungere anche da stimolo al cammino interiore, altrimenti si svuoterebbe di significato. E’ stato durante il cammino che ho sperimentato sulla mia pelle, ogni qualvolta il tendine si faceva sentire, le parole di San Paolo: “… quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). Mi rendevo conto che man mano che il dolore aumentava, l’azione di Cristo in me era più evidente: si serviva di un membro debole e sofferente del Suo corpo mistico per rendere evidente la Sua grandezza. Infatti, mentre in cuor mio sentivo il bisogno del conforto di altre persone, mi accorgevo che tante persone sconosciute si rivolgevano a me per pregare per i loro bisogni (specialmente spirituali). In tutto ciò mi risuonavano in mente le parole di Santa Teresa di Calcutta: “Signore, …, quando ho un dispiacere, offrimi qualcuno da consolare”.
Tanti altri segni mi sono stati dati da Dio in questo cammino, specialmente riguardo al cammino del diaconato che ho intrapreso quattro anni fa, dopo tre giorni e tre notti di pianto e discernimento. Un segno tra tutti riguarda un ragazzo di nome Ismael, una persona come poche: apolita (senza patria), che non sa nulla su dove, né quando è nato, che vive con soli 5 euro al giorno, in perenne pellegrinaggio a piedi verso Santiago e altre mete religiose. Ho immaginato essere la mia guida spirituale in questo cammino, in quanto non faceva altro che pregare tutto il giorno e diffondere la parola di Dio, ricordandomi un po’ San Domenico che “parlava sempre di Dio o a Dio”. Nei giorni in cui ho incontrato Ismael, ricorreva il 7° anno del suo battesimo (è stato battezzato sull’oceano da un sacerdote), una data per lui fondamentale, perché ha segnato la sua totale adesione a Cristo. Magari anche noi ci ricordassimo di festeggiare il giorno in cui siamo stati battezzati e rinnovare le nostre promesse battesimali! Ogni anno, Ismael sceglie qualcuno, di solito un sacerdote, per ricordare il momento del battesimo, ossia l’evento che ha segnato la sua vita, e per questo motivo tiene sempre con se una bottiglietta di acqua dell’oceano in cui è stato battezzato. Ebbene, la persona da lui scelta per compiere tale evento ero proprio io! Nonostante la mia manifestata indegnità e il mio suggerimento di affidarsi ad un sacerdote, Ismael ha insistito affinché fossi io a fare questa commemorazione, in virtù del sacerdozio comune. Per me la sua insistenza è stata una profonda gioia e alla fine della commemorazione ci siamo abbracciati, versando furtivamente qualche lacrima. Credo di non aver mai provato un’emozione così profonda in tutta la mia vita!
Vorrei concludere, aggiungendo che il cammino di Santiago è personale e ognuno di noi con la grazia di Dio può trovare le risposte che cerca, o forse ritornare a casa con più dubbi di quando è partito. In ogni caso, è un cammino che vale la pena vivere, senza aspettarsi nulla di speciale. Ciò che vi posso augurare, nel caso vi decidiate ad intraprendere questo cammino, è semplicemente un grido che mi ha accompagnato lungo il viaggio: “Buen camino (Buon cammino)”.
Joe